Quello successo ad Ascoli Piceno non è antifascismo quello è marketing perché fatto su un’attività commerciale che ne ha tratto enorme vantaggio pubblicitario violando la privacy di un dipendente pubblico delle forze dell’ordine. E la pubblicità è regolamentata, non è che ogni mattina uno si alza e fa come vuole. La strumentalizzazione dell’antifascismo è essa stessa un’apologia da combattere poiché ne danneggia la credibilità, creando dunque un ulteriore spaccatura.

Non ci sembra che la stampa italiana ne abbia fatto un dramma quando i gli stessi dipendenti pubblici delle forze dell’ordine chiedevano il green pass nelle attività commerciali. Anzi a loro stava bene e sostenevano la campagna.

Il sindaco di Pesaro Matteo Ricci ha colto la palla al balzo per fare campagna elettorale per le regionali strumentalizzando ancora di più quanto già ampiamente strumentalizzato. Senza contare le violazioni sulla privacy fatte nel video pubblicato senza oscurare il volto di colui “che ha osato” controllare l’attività commerciale.

Secondo l’Avvocato Generale della Corte di Giustizia UE è vietato riprendere e diffondere immagini di pubblici dipendenti nel pieno svolgimento delle loro mansioni senza il loro consenso. Si tratta di attività che devono essere coperte da privacy.

Marco Fioravanti, sindaco di Ascoli Piceno, si è dunque schierato dalla parte delle forze dell’ordine ed è stato ricoperto di insulti nel post da parte dei facinorosi alimentati da certa politica italiana. Fioravanti ha poi detto: “da Matteo Ricci sciacallaggio politico”

Dunque si potrebbe prospettare un’ipotesi di reato commessa per negligenza. I social oggi bisogna saperli utilizzare e non si ha il diritto di pubblicare ciò che si vuole perché dall’altro lato c’è la privacy di un dipendente pubblico delle forze dell’ordine che sta lavorando nel pieno della sua attività di controllo. Il pixeling del volto era il minimo che si doveva fare per tutelare la persona che invece è stata messa alla gogna sui social dall’ala sinistra strumentalista italiana che è sempre più vuota di contenuti e rincorre i trend virali. Un atto di vero e proprio bullismo mediatico.

L’antifascismo sta diventando un male strumentale pieno di apologia che alimenta il fascismo stesso. Il vero antifascismo dovrebbe essere la cultura, l’imparzialità, il rispetto non di certo la corsa e rincorsa dei trend virali o del marketing alle attività commerciali.

Dunque colei che ha aizzato i fascisti è stata ripagata con “striscioni di attacco” che in realtà sono black humor (ma vallo a spiegare agli italiani che non lo capiscono) in risposta alla provocazione, dunque nulla di drammatico o intimidatorio come è stato fatto credere. E da “incendiaria di scontri mediatici” è diventata la “vittima” per la stampa, che forse dimentica cosa siano le provocazioni e il black humor. Lanciare il sasso e poi ritirare la mano si direbbe in questi casi. In tutto questo la stampa ci gode e ci naviga perché guadagna click dalle spaccature appositamente aizzate per vendere più quotidiani oramai privi di contenuti.

Chi decide se il contenuto di uno striscione è lecito o illecito? Pubblicabile o non pubblicabile? Su suolo pubblico o privato?

Dunque in tutto questo marasma la vera notizia è di quanto sia caduta in basso la stampa italiana.

Questo rappresenta il nostro pensiero personale ai sensi della legge sulla libertà di espressione.

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L'assalto ai forni
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