Negli ultimi anni, chi lavora in ambito accademico o nella pubblica amministrazione si sarà imbattuto sempre più spesso in email che iniziano con formule come “Car* tutt*”, “Gentil* collegh*” o simili. Questa pratica nasce con l’intento di utilizzare un linguaggio inclusivo, ma solleva interrogativi importanti dal punto di vista linguistico, comunicativo e istituzionale.

Questa pratica sempre più ossessiva fa “uscire il sangue dagli occhi” a chi ama la lingua italiana. Anche le Università stanno diventando dei centri di politicamente corretto che però è linguisticamente scorretto! Invece di attenersi al linguaggio istituzionale molti direttori di dipartimento si sono presi la libertà di introdurre un linguaggio che invece di essere accessibile rischia di fare l’opposto: l’uso degli asterischi è aberrante.

Mentre le linee guida Approvate dal Senato Accademico dell’università in ottemperanza all’azione prevista dal GEP (Gender Equality Plan) sono meno invadenti ma pur sempre una burocrazia in più di cui tener conto (come se ce ne fosse poca). È tuttavia frustrante e snervante questa continua pressione nei confronti degli accademici verso l’inclusione come se non fossimo abbastanza inclusivi. Voler cambiare una lingua perché non è inclusiva è la follia del mondo moderno e ci vengono a rompere i coglioni anche su come scrivere un’email per essere inclusivi quando siete voi i primi a non esserlo negando una giusta retribuzione e dei equi contratti. Roba da pazzi il voler spostare l’attenzione dal piano economico a quello linguistico come se fosse un vero e proprio modo di distrarre sull’effettiva equità che nulla a che fare con il genere.

L’uso dell’asterisco (o di altri simboli come lo schwa “ə”) mira a superare il genere grammaticale maschile sovraesteso, includendo tutte le identità di genere. Tuttavia, questo approccio presenta alcune criticità:

  • Non è leggibile ad alta voce: come si pronuncia “tutt*”?
  • Non è accessibile: i software di lettura per non vedenti possono avere difficoltà a interpretarlo correttamente
  • Non è standardizzato: manca una regola condivisa e universalmente accettata
  • Può creare ambiguità comunicativa, soprattutto in contesti formali

In ambito istituzionale, dove chiarezza e precisione sono fondamentali, queste problematiche diventano particolarmente rilevanti.

L’Accademia della Crusca, massimo punto di riferimento per la lingua italiana, si è espressa più volte su questo tema. Pur riconoscendo l’importanza di un linguaggio inclusivo, ha evidenziato come simboli come l’asterisco:

  • non appartengano al sistema morfologico dell’italiano
  • non siano adatti alla comunicazione formale
  • compromettano la leggibilità e l’efficacia del testo

La posizione non è di chiusura verso l’inclusività, ma piuttosto di invito a trovare soluzioni linguisticamente corrette e funzionali.

Il punto centrale non è se essere inclusivi — su questo c’è ampio consenso — ma come esserlo senza compromettere la comunicazione.

Nel contesto accademico e istituzionale, una comunicazione efficace dovrebbe essere:

  • chiara
  • accessibile
  • formalmente corretta
  • comprensibile da tutti i destinatari

L’uso di forme come “Car* tutt*”non soddisfa questi requisiti.

CONCORDANZA AL FEMMINILE

È più opportuno utilizzare la forma femminile del sostantivo ogni volta in cui ci si riferisce ad una
donna, per evitare incongruenze tra il genere grammaticale utilizzato e il genere della persona che
ricopre il ruolo o la carica di cui si sta parlando.

Es: la Direttrice di Dipartimento, prof.ssa … anziché il Direttore di Dipartimento, prof.ssa …
Si raccomanda inoltre di nominare al femminile ruoli e funzioni per favorire il cambiamento
culturale nell’ottica delle pari opportunità e del pieno riconoscimento e della valorizzazione delle
differenze di genere. L’uso della forma femminile per definire l’incarico o la funzione conferisce infatti visibilità alla presenza di studentesse, docenti, ricercatrici, dirigenti e personale tecnico-amministrativo di genere femminile.
È infine raccomandato evitare l’utilizzo dell’articolo “la” davanti a cognomi di donne, seguendo
dunque la prassi abituale (priva di articolo) adottata con i cognomi maschili.
L’utilizzo dell’articolo rende infatti manifesto lo stereotipo dell’eccezione femminile da segnalare.


FORMAZIONE DEL FEMMINILE

Le desinenze o i suffissi dei sostantivi maschili si modificano nel modo seguente:

  • -o/-aio/-ario diventano –a/-aia/-aria (commissaria, funzionaria)
  • -tore diventa –trice (direttrice, ricercatrice)
  • -iere diventa –iera (consigliera, ingegnera)
  • -sore diventa –sora (assessora)

Ci sono eccezioni a queste regole generali: due dei casi più comuni che vale la pena ricordare sono i termini studentessa e professoressa, entrati nel linguaggio comune al posto di studenta e professora.
Nel caso di sostantivi invariabili o “epiceni”, la concordanza con il genere femminile si ottiene
attraverso l’utilizzo dell’articolo: la preside, la presidente, la docente, la portavoce
Nel caso di nomi composti con capo- che indicano l’essere a capo di qualcosa (es. ufficio), il
prefisso capo rimane invariato tra maschile e femminile singolare, mentre al plurale si trasforma in
capi al maschile e rimane capo al femminile.
Ciò che si modifica è l’articolo che precede il sostantivo: il capo ufficio, la capo ufficio, i capi
ufficio, le capo ufficio.

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