Negli ultimi anni, i social network hanno visto emergere un nuovo tipo di contenuto virale: il sad bait. Il termine indica quei post, video o storie che fanno leva su emozioni tristi — lutti, nostalgie, addii, malattie o fallimenti — per attirare empatia e generare un alto coinvolgimento.
Il sad bait sfrutta la tendenza dell’utente medio a interagire di più con contenuti emotivi. Like, commenti e condivisioni aumentano in modo significativo quando il messaggio suscita compassione o commozione, indipendentemente dalla sua veridicità o rilevanza.
Un caso emblematico riguarda Beppe Vessicchio che, dopo la circolazione di notizie sulla sua morte, ha visto crescere rapidamente la propria base di follower — da 137.000 a oltre 151.000 in pochi giorni. L’ondata di attenzione, alimentata dall’emozione collettiva, ha generato un “effetto memoria” che ha amplificato il profilo del creator, nonostante non possa più comunicare per la triste dipartita.
Qual’è il meccanismo emozionale delle persone che le spinge a mettere un follower ad una persona defunta, sapendo che non potrà più comunicare con loro? L’unico meccanismo che la spiega è il sad bait. La tristezza fa cliccare, fa seguire, fa strani effetti.
Un altro caso riguarda un noto giocatore di pallacanestro colpito dalla malattia. Anche qui il sad bait ha fatto il suo corso.
Questi esempi mostrano come il sad bait possa trasformarsi in una vera e propria leva di crescita algoritmica, ma anche come sollevi questioni e fenomeni sociali rilevanti. Di contro, il successo può diventare una leva opposta se lo si comunica male. Alla gente non piace vedere persone più capaci di loro, più ricche di loro e soprattutto più felici di loro perché genera invidia e questo significa perdita di appeal. Invece una persona morta o malata non la si vede come competitor, eleva dunque la propria personalità ma al contempo si è tristi per la loro causa e più disposti a sostenerla digitalmente. È la psiche umana spesso influenzata dalla cultura locale.



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