Il dialetto marchigiano

Il dialetto marchigiano

Il dialetto marchigiano è in realtà un mosaico di parlate diverse, perché le Marche non hanno un’unica forma dialettale ma una serie di varianti che cambiano spesso da valle a valle. Questa frammentazione deriva dalla geografia della regione, fatta di colline parallele che scendono verso il mare e che per secoli hanno isolato i vari centri abitati, favorendo lo sviluppo di idiomi distinti.

A nord prevalgono influssi romagnoli, con suoni più aperti e un lessico che ricorda quello della pianura padana. Nella fascia centrale emerge un marchigiano più vicino ai dialetti umbri, con cadenze morbide e vocali meno marcate. A sud (le Marche Zozze), soprattutto nel fermano e nell’ascolano, si percepiscono chiaramente elementi abruzzesi, con consonanti più dure, musicalità più accentuata e parole che cambiano completamente rispetto al resto della regione.

Nonostante queste differenze, il marchigiano conserva ovunque un carattere immediato, concreto, molto legato alla quotidianità. È un dialetto che dà colore ai rapporti umani e che esprime bene l’ironia tipica marchigiana, fatta di battute secche, modi di dire realistici e una forma di saggezza popolare che passa attraverso storie, proverbi e piccoli aneddoti. Ha un rapporto particolare con l’italiano, perché nelle Marche la maggior parte delle persone alterna spontaneamente dialetto e lingua, scegliendo l’uno o l’altro a seconda del contesto, dell’interlocutore o semplicemente dell’umore del momento. Questa alternanza ha contribuito a conservare il dialetto senza isolarlo, lasciandolo vivere dentro una regione che è sempre stata di passaggio, di scambi e di mescolanze.

Oggi il marchigiano sopravvive soprattutto nel parlato familiare e tra le generazioni più anziane, ma continua a riemergere nei modi di dire, nella comicità locale, nelle conversazioni informali e in quella musicalità inconfondibile che rimane anche quando si parla in italiano. È un dialetto che racconta un’identità regionale forte ma mai aggressiva, fatta di discrezione, laboriosità e un’ironia capace di stemperare tutto, persino le difficoltà.

Riportiamo alcuni vocaboli:

Anche diventa Anghe: sembrerebbe facile da pronunciare ma per il marchigiano del sud anche diventa una pietra d’inciampo e sostituisce la “c” di classe con la “g” di grezzo. Un grande classico.

Imprenditori diventa Imbrenditori: poi arriva l’imprenditore che vuole fare da professore agli altri su come fare attività, soldi, business. Peccato che alla prima “p” di perfetto inciampa e mette la “b” di broccolo. Se volete fare veramente gli imprenditori evitateli.

Studenti diventa Studendi: quando il marchigiano si sente professore inizia a vendere i corsi da fuffaguru sui social su come fare soldi e spamma i video dei suoi “studendi”. Praticamente non sa pronunciare una parola in italiano e vuole insegnare agli altri…bocciato/a!

Praticamente diventa Praticamende: quando il marchigiano non sa che dire dice “praticamende”. Forse uno dei più grandi classici marchigiani quello di sostituire la “t” di tecnico con la “d” di deficente.
Importante diventa Impordande: un secondo esempio di come cadere sulla t.

Sinceramente diventa Sinceramende: un terzo esempio perché quando la “t” è sul finale la “d” arriva matematica per il grezzo.

Banconota diventa Vangonota: sostituire la “b” con la “v” è un altro classico del marchigiano che ama un lessico molto grudo e onomatopeioco.

Poi ci sono i grezzi veri che al posto della “o” mettono la “u” soprattutto negli articoli e rendono tutto così primordiale, quasi australopiteco: lu mare, lu vagnu, lu testu.

• “Chi magna da solu, se strozza.”
Chi mangia da solo si strozza.
(Si usa per dire che è meglio condividere, essere generosi.)

• “Acqua passata nun macina più.”
L’acqua passata non muove più il mulino.
(Il passato è passato, non serve rimuginarci.)

• “Te n’te préoccupà, ché piò pió.”
Non ti preoccupare, che pioverà ancora.
(Non vale la pena agitarsi, la vita va avanti.)

• “Chi va co’ lu zoppu, ’mpara a zoppicà.”
Chi va con lo zoppo impara a zoppicare.
(Le cattive compagnie influenzano.)

• “Quanno la gorba no rìa all’ua, dice che è acerba.”
Quando la volpe non riesce a raggiungere l’uva, dice che è acerba.
(Giustificare un fallimento criticando ciò che non si può ottenere.)

• “La gaglina ‘ecchia fa bon la brodu.”
La gallina vecchia fa buona la minestra.
(L’esperienza ha valore.)

• “Be’ guarda’ ‘n ciel, che te piò ‘n occhio.”
È meglio guardare in cielo che ti piove in un occhio.
(Si usa per dire che è meglio stare attenti.)

• “Quanno ce vo’, ce vo’.”
Quando ci vuole, ci vuole.
(Semplice, diretto, indiscutibile.)

• “Chi n’à voglia de laurà, n’à mai pané de magnà.”
Chi non ha voglia di lavorare, non ha mai il pane da mangiare.
(Bisogna impegnarsi se si vuole ottenere qualcosa.)

• “Lu porcu se cunosce da la grugnata.”
Il maiale si riconosce dal grugnito.
(Ogni persona rivela la sua vera natura.)

• “Senza lilleri, ’n se lallera.”
Senza soldi, non si canta.
(Nulla si può fare senza mezzi.)

• “Quanno ’l mare è calmo, ogni baté fa sciugamare.”
Quando il mare è calmo, ogni barca arriva a riva.
(Quando la situazione è facile, tutti sembrano capaci.)

• “Pòco ma vono.”
Poco ma buono.
(Meglio la qualità della quantità.)

• “Me raccomanni: acqua in bocca.”
Mi raccomando: acqua in bocca.
(Mantieni il segreto.)

• “Se vede che l’ha magnato la gorba.”
Si vede che l’ha mangiato la volpe.
(È sparito e nessuno vuole dire chi è stato.)


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